Dal “più poteri alle Regioni” alla realtà: senza LEP finanziati, l’Italia può diventare un Paese a servizi variabili. E il Mezzogiorno resta ai margini.
C’è una frase che in Italia funziona sempre: “Decidiamo più vicino ai cittadini”. È una promessa intuitiva, quasi rassicurante. Ed è anche l’idea che sostiene l’autonomia differenziata: alcune Regioni chiedono più competenze su materie oggi gestite in modo più unitario, con l’obiettivo dichiarato di amministrare meglio, più velocemente, in modo più adatto ai bisogni locali.
Il punto però è un altro, molto più concreto: se i diritti diventano variabili territoriali, i cittadini smettono di essere uguali. E in un Paese già spaccato tra aree forti e aree fragili, l’autonomia può diventare una lama: o taglia la burocrazia, oppure taglia l’Italia in due.
La cornice è la Legge n. 86 del 2024, che definisce il percorso: una Regione può chiedere più autonomia su specifiche materie; lo Stato negozia un’intesa; poi il Parlamento approva con legge, a maggioranza assoluta, e l’intesa diventa operativa.
Fin qui, potrebbe anche sembrare semplice. Ma il nodo è la parola che quasi nessuno spiega davvero: LEP.
I LEP sono i Livelli Essenziali delle Prestazioni: cioè il “minimo garantito” di servizi e diritti civili e sociali che ogni cittadino dovrebbe avere, a prescindere dalla Regione in cui vive. Non sono teoria: dentro i LEP ci stanno pezzi di vita quotidiana. Scuola, assistenza, trasporti, servizi sociali, sanità territoriale, disabilità, infanzia. In un Paese normale, dovrebbero essere la base comune.
E qui arriva la domanda che un lettore del Sud si fa (..o dovrebbe farsi) in dieci secondi: se oggi già non abbiamo gli stessi servizi, cosa succede domani se si trasferiscono competenze e soldi alle Regioni più forti prima di aver fissato e finanziato quel “minimo garantito”?
Non è un dubbio “politico”. È un dubbio costituzionale. Tanto che la Corte costituzionale, con la sentenza n. 192/2024, è intervenuta proprio per chiarire limiti e condizioni del percorso, richiamando la centralità dei LEP, dell’unità della Repubblica e dell’eguaglianza sostanziale dei cittadini.
Detto in modo semplice: l’autonomia non può trasformarsi in una secessione dei servizi.
Per capire perché questa storia pesa soprattutto sul Mezzogiorno, basta guardare la fotografia dei divari che già esistono.
Secondo ISTAT, i differenziali territoriali su servizi fondamentali — ad esempio quelli per l’infanzia — restano marcati: la disponibilità e l’accesso ai servizi educativi 0–2 anni e a una parte del welfare locale è storicamente più bassa in molte aree del Sud rispetto al Centro-Nord.
E SVIMEZ, da anni, documenta un punto che spesso si finge di non vedere: quando la qualità dei servizi pubblici è diseguale, la “libertà” di un territorio diventa un privilegio per alcuni e una gabbia per altri.
Ora, immaginiamo il futuro con una regola brutale ma realistica: una Regione ricca può permettersi di aggiungere risorse proprie; una Regione più fragile no. Anche se sulla carta il diritto è “uguale”, nella pratica non lo è più.
È qui che l’autonomia, se fatta male, crea l’effetto peggiore: il Sud paga due volte.
Paga perché parte più indietro. E paga perché, se l’asticella nazionale non viene fissata e finanziata davvero, le Regioni che già corrono possono correre ancora di più.
Il punto non è demonizzare l’autonomia. Il punto è inchiodarla alla realtà:
- Prima definisci i LEP in modo chiaro e misurabile.
- Poi li finanzi in modo strutturale, non a parole.
- Poi costruisci meccanismi di perequazione e controllo che funzionino davvero.
- Solo dopo, trasferisci funzioni, con verifiche periodiche e la possibilità di correggere rotta.
Questa sequenza non è un capriccio del Sud: è la condizione minima perché l’autonomia non diventi una riforma “a vantaggio di chi ha già vantaggio”.
E qui c’è un secondo tema, più scomodo: il silenzio politico del Mezzogiorno.
Perché mentre alcune Regioni del Nord alzano la voce, presentano richieste, fanno pressing istituzionale, il Sud spesso resta in una postura passiva: diviso, litigioso, concentrato sulla cronaca e non sulla strategia. E allora succede la cosa più italiana di tutte: qualcuno decide, e altri scoprono di essere stati “rappresentati” senza aver davvero partecipato.
Il paradosso è che l’autonomia, in teoria, potrebbe essere anche un’occasione: se il Sud fosse capace di chiedere competenze e poteri con un’agenda vera, per trasformare risorse in infrastrutture sociali, scuola, trasporti, sanità territoriale, filiere produttive. Ma per farlo serve una politica che non viva di slogan, e soprattutto serve un fronte che parli con una voce sola.
E qui arriviamo alla chiusura che nessuno vuole scrivere, perché fa male: il rischio non è solo l’autonomia. Il rischio è l’inerzia.
Un’Italia che accetta servizi diversi per nascita geografica non è più un Paese “più efficiente”. È un Paese che rinuncia alla sua idea di cittadinanza comune. E il Mezzogiorno non può permettersi di restare spettatore: perché quando la partita finisce, il conto arriva sempre dove il tavolo è più fragile.
Se questa riforma deve andare avanti, allora la condizione è una sola: LEP veri, finanziati, verificabili — prima di tutto. Altrimenti non è autonomia. È un trasferimento di potere che, nel tempo, diventa trasferimento di destino.
E su questo, il Sud non dovrebbe chiedere “più autonomia per orgoglio”. Dovrebbe chiedere “più garanzie per sopravvivenza”.
Fonti principali: Legge n. 86/2024; Corte costituzionale sent. n. 192/2024; ISTAT (indicatori e report su divari territoriali e servizi); SVIMEZ (rapporti sul Mezzogiorno).
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